DA DOVE NASCE L’ESPRESSIONE “FARE DEL BENE IN SILENZIO”

Perché un pensiero noto sembra giusto — e perché nel mondo di oggi conviene guardarlo più a fondo

La frase «fare del bene in silenzio» è diventata da tempo quasi una regola di buon costume. La si ripete nei discorsi, la si scrive nei commenti, la si usa come punto di riferimento morale. In questo pensiero c’è davvero un lato forte: l’aiuto non deve trasformarsi in vanità, e un gesto sincero non ha bisogno di applausi.

Molte persone percepiscono intuitivamente il valore della modestia. Quando qualcuno aiuta senza aspettarsi lodi, in questo c’è dignità. Per questo l’idea si è radicata nella società ed è stata tramandata come qualcosa di ovvio. Ma ogni pensiero popolare merita non solo consenso, ma anche analisi.

La frase «fare del bene in silenzio» è diventata da tempo quasi una regola di buon costume. La si ripete nei discorsi, la si scrive nei commenti, la si usa come punto di riferimento morale. In questo pensiero c’è davvero un lato forte: l’aiuto non deve trasformarsi in vanità, e un gesto sincero non ha bisogno di applausi.

E se l’appello a «fare del bene in silenzio» fosse particolarmente comodo non al bene, ma all’indifferenza?
Se il bene è nascosto, non si vede. Non lo si può ripetere, non lo si può sostenere, non lo si può prendere come esempio.

Il male, invece, raramente tace su se stesso. È rumoroso, visibile e riempie rapidamente lo spazio.
Quando il bene viene nascosto, l’attenzione pubblica va a ciò che grida per primo.

Storicamente, l’idea del bene discreto ha radici profonde. In molte tradizioni religiose e filosofiche si apprezzava la misericordia senza superbia, l’aiuto senza ostentazione di superiorità, l’azione per coscienza e non per riconoscimento. Questo è un fondamento importante. Ricordava all’uomo che il senso non sta nell’apparire buoni, ma nell’essere utili.

Ma il mondo è cambiato. Oggi viviamo non solo tra incontri personali, ma anche dentro uno spazio informativo. Le persone apprendono gli eventi attraverso gli schermi, prendono decisioni sulla base di ciò che vedono, formano il loro rapporto con il mondo attraverso gli esempi che entrano nel loro campo visivo. Ed ecco emergere una nuova realtà: se del bene non parla nessuno, si crea la sensazione che di bene ce ne sia quasi nessuno.

Quando il notiziario è pieno di conflitti, scandali e cinismo, la persona inizia a credere che tutto intorno sia fatto così. Non perché il bene sia diminuito, ma perché è diventato invisibile. Questa è una differenza importante. L’assenza di informazioni sul bene viene spesso percepita come assenza del bene stesso.

Proprio per questo oggi raccontare un gesto di bontà può non essere vanto, ma utilità pubblica. La storia di come i vicini hanno raccolto aiuti per una famiglia dopo un incendio, di come i volontari hanno restaurato un parco, di come qualcuno insegna gratuitamente ai bambini, di come sconosciuti hanno salvato una persona in un momento difficile: tutto questo non sono semplici notizie. Sono segnali alla società: l’umanità esiste, la partecipazione è possibile, agire ha senso.

Così si attiva l’effetto dell’esempio. Una persona ha visto un’iniziativa e si è unita. Un’altra si è ispirata e ha fatto qualcosa nella propria città. Una terza ha sostenuto un progetto già esistente. Una quarta ha smesso di pensare che «da me non dipende nulla». A volte una sola storia pubblicata porta più beneficio di decine di gesti silenziosi di cui nessuno saprà mai nulla.

Certo, il motivo conta. Se il bene diventa solo una scenografia per l’autocompiacimento, le persone se ne accorgono. La vuota ostentazione genera rapidamente sfiducia. Ma l’abuso non annulla il valore dell’idea di condividere buoni esempi. Occorre distinguere ciò che è ostentato da ciò che ispira, l’autopromozione dalla testimonianza.

C’è una regola semplice: se al centro della storia non c’è il vostro ego, ma l’aiuto stesso, le persone, la soluzione di un problema o la possibilità di unirsi, allora una tale pubblicità ha senso. Essa amplia il bene, invece di sostituirlo.

Forse sarebbe più corretto dire diversamente: il bene si può fare in silenzio, ma non sempre bisogna tacerne.

A volte il silenzio è opportuno. A volte è nobile. Ma a volte proprio una storia raccontata al momento giusto diventa la causa del gesto buono successivo.

E se il male ha da tempo imparato a essere rumoroso, anche il bene non dovrebbe restare per sempre senza voce.

(c) Anatolij Kavun

P.S. Un materiale più completo su questo argomento si trova nella pagina della risorsa al link. (il link rimanda a un articolo analogo ma più ampio nella sezione fondazioni e organizzazioni)